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Avvicinare i giovani al sindacato Italia Oggi 1 febbraio 2010

16 Febbraio, 2010

Credo che occorra interrogarsi molto seriamente sulle ragioni che conducono tanti giovani che entrano nei posti di lavoro, e in particolare molti giovani laureati con grandi qualificazioni, ad assumere un atteggiamento di sfiducia o comunque di distanza nei confronti del Sindacato, di qualunque Sindacato.

Le considerazioni che seguono sono tratte dalla mia esperienza nel contesto della Banca d’Italia e della Confederazione Italiana dei Dirigenti e delle Alte professionalità (CIDA), ma ritengo abbiano una valenza più generale.

E’ evidente ai miei occhi che non può essere estranea alla descritta situazione di scarso interesse o, peggio, di sospetto nei confronti del ruolo del Sindacato anche la percezione - sbagliata - di organizzazioni “vecchie”, al cui interno si svolgono dibattiti asfittici, popolate da “professionisti dell’attività sindacale”, poco trasparenti nei meccanismi di decisione.

E ciò deriva sicuramente da un’inadeguata capacità nel trasmettere nei confronti dei più giovani il ruolo effettivamente rivestito negli ambienti di lavoro dal Sindacato, i suoi valori, le sue linee di azione. Su queste carenze occorre che le Organizzazioni sindacali aprano un serio confronto per raccogliere spunti, critiche e suggerimenti sul delicato tema della comunicazione: il modo di comunicare è cambiato, i canali di comunicazione sono diversi rispetto al passato, le necessità di interscambio informativo sono mutate.

Esiste poi una difficoltà aggiuntiva per un’Organizzazione sindacale che tutela le componenti apicali delle imprese, consistente nel fatto che il vincolo associativo può essere esercitato solo al raggiungimento da parte del personale di determinati livelli nella gerarchia aziendale, di solito non appannaggio di neoassunti.

Ma, nel contempo, credo che occorra fare i conti anche con alcuni atteggiamenti di fondo che caratterizzano parti significative delle generazioni più giovani.

Ad esempio, è innegabile che la tendenza all’individualismo un po’ esasperato rappresenti un grande ostacolo a confrontarsi con situazioni più ampie, che vadano al di là del proprio “particulare”, e alimenti una forte sfiducia nella capacità di organismi collettivi, come il Sindacato ma non solo ovviamente, di saper trovare soluzioni adeguate ai problemi individuali.

Oppure, una certa inclinazione al “free-riding”, che induce a ritenere che ogni servizio o bene sia in qualche modo dovuto e si possa (o si debba addirittura) usufruirne gratis. Ovvero ancora un certo disimpegno dalle responsabilità, che fa ritenere che siano gli altri a doversi “sporcare le mani” nell’ottenere risultati, di cui un po’ opportunisticamente si sfruttano poi i connessi benefici.

Da ultimo, emerge pure una alquanto estesa convinzione da parte dei giovani in carriera e qualificati nel ritenere inconciliabili l’impegno sul lavoro e la militanza nel Sindacato. Questa impostazione dipende anche dagli errori di qualche dirigente che non comprende quanto l’impegno nell’attività sindacale da parte dei propri collaboratori, e specialmente di quelli più giovani, arricchisca in questi ultimi la visione delle cose, sviluppi capacità di dialettica e di negoziazione e di duttilità altrimenti scarsamente utilizzate, alimenti l’interscambio fra tematiche negoziali e problematiche concrete legate al lavoro.

Ovviamente, i descritti atteggiamenti non sono generalizzati, e anzi voglio dare atto ai tanti colleghi giovani che ho incontrato - molti dei quali hanno deciso di impegnarsi con passione nel nostro Sindacato in Banca d’Italia, portando entusiasmo, idee nuove, punti di vista diversi rispetto a quelli usuali, una ventata di freschezza e di vitalità – di saper interpretare con grande determinazione e capacità di convincimento le istanze di rinnovamento e di un più veloce riallineamento allo spirito dei tempi. I loro suggerimenti e contributi sono stati ampiamente valorizzati e portati all’attenzione di tutti.

La verità, però, è che c’è sempre più bisogno di giovani impegnati nel Sindacato, perché per esso sono imperativi categorici saper colloquiare proficuamente con tutte le parti in causa, essere capaci di valorizzare il punto di vista degli altri, costituire le condizioni per un deciso e profondo ricambio generazionale.

I problemi che assillano le più giovani generazioni sono di grande spessore e presentano senza dubbio elementi di peculiarità rispetto a quelli dei lavoratori più anziani.

In particolare, ritengo che debbano essere tenute al centro dell’agenda sindacale criticità come: la necessità di costruirsi un futuro pensionistico dignitoso con significativi versamenti propri ai fondi previdenziali, che decurtano significativamente il reddito disponibile; gli sviluppi di carriera che oggi appaiono lenti e penalizzanti rispetto al passato; le necessità abitative da soddisfare avendo a disposizione introiti da lavoro dipendente fortemente falcidiati dalla leva fiscale e contributiva.

Per ottenere risultati su questi versanti è anche necessario che i più sensibili a  questi problemi siano direttamente impegnati a tenere sotto i riflettori le proprie giuste rivendicazioni. Per fare ciò occorre che essi si sentano investiti della necessità di partecipare consapevolmente e con un ruolo da protagonisti in tutte le sedi – e il Sindacato è una di queste – in cui prendono corpo le istanze di cambiamento e si adottano decisioni.

Disinteressarsi non è la scelta giusta: bisogna invece sapere che impegnandosi a fondo per cambiare quello che non ci piace è possibile “contaminare” la realtà che ci circonda e produrre risultati positivi.

Stefano Barra

Presidente Sindirettivo-CIDA Banca Centrale

Categoria: Attività Sindacale