CHI PAGA DAVVERO L’IRPEF IN ITALIA

Dati emersi dall’Indagine sui Redditi 2024 presentata a settembre a  Roma dall’ Osservatorio Itinerari Previdenziali e dalla CIDA    

nell’ambito delle celebrazioni per l’80esimo anno dalla fondazione della Cida

Lo scorso 24 settembre il Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali ha presentato a Roma, nei prestigiosi locali del CNEL in Villa Borghese, i risultati dell’ormai consueta sua indagine sulle dichiarazioni dei redditi nel Paese (riguardante quest’anno i redditi del 2024, gli ultimi sui quali è al momento possibile condurre un esame compiuto). Un’analisi fondata sui dati ufficiali dell’Irpef e delle altre Imposte dirette e indirete: per importi, tipologia dei contribuenti e territori negli ultimi 17 anni.

Con due interrogativi (cui nel rapporto è data risposta) scomodi e rimossi sia dall’agenda della classe politica sia dalla riflessione dei più: Chi paga per mantenere il welfare state? e, La spesa per sanità e assistenza è sostenibile?

Interrogativi presenti da anni nei dibattiti CIDA che, unica tra le OO.SS. del Paese e come Itinerari Previdenziali, li ha posti formalmente all’attenzione dei decisori politici e dei mass-media, in varie circostanze tra le quali la redazione della presente indagine.  Adempiendo a un compito su cui le OO.SS., pressate dal contingente e dall’impellenza degli interessi di parte, troppo spesso sorvolano: la ricerca di un equilibrio tra le componenti sociali del Paese, e l’attenzione a non inaridirne le fonti dello sviluppo.

Interrogativi che mutano in preoccupazione e denuncia, espresse nella circostanza dal Presidente della Cida Stefano Cuzzilla nella prefazione alla presentazione dell’Indagine poi illustrata dal Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali Prof. Alberto Brambilla.

Ne riportiamo alcuni passi, che riteniamo d’interesse sia per noi in quanto cittadini (prima ancora che ‘pensionati di fascia di reddito media e medio-alta) sia per i decisori politici (presi purtroppo da altre cure) cui l’Indagine è elettivamente diretta.

Dalla Prefazione del Presidente Cida Stefano Cuzzilla alle risultanze dell’Indagine del Centro Studi Itinerari Previdenziali del Prof. Brambilla

  Ci sono numeri che descrivono un Paese e numeri che obbligano un Paese a interrogarsi su sé stesso. Quelli raccolti in questa edizione dell’Osservatorio appartengono alla seconda categoria.   I dati sulle dichiarazioni dei redditi [quelli qui esaminati sono i dati  relativi al  2024] mettono a nudo uno squilibrio fiscale che grava in misura crescente sul ceto medio e sui redditi medio-alti, e dunque anche sulle categorie che rappresentiamo.   Il rischio è che un principio fondamentale come la progressività finisca per ridursi in una concentrazione eccessiva del prelievo sui contribuenti più fedeli, mentre quasi la metà della popolazione non ha redditi dichiarati e una parte molto ampia versa cifre insufficienti persino a finanziare i principali servizi di welfare di cui beneficia.   La progressività è un principio costituzionale e un elemento irrinunciabile di equità. Chi ha di più è giusto che contribuisca di più. Ma progressività e redistribuzione possono funzionare nel tempo soltanto se poggiano su una base sufficientemente ampia di cittadini che producono reddito e partecipano al finanziamento della spesa pubblica.   È questo il punto sul quale i dati dell’Osservatorio ci chiedono di riflettere.       La serie storica dei diciassette anni analizzati rende il fenomeno ancora più evidente. Dal 2008 al 2024, mentre il gettito complessivo è cresciuto di 58,8 miliardi, i contribuenti con redditi fino a 29 mila euro hanno versato 14,85 miliardi in meno; per quelli con redditi superiori ai 29 mila euro l’incremento è stato invece di 73,64 miliardi. Il problema, dunque, non è soltanto quanto si paga. È quanto è ampia la platea di chi paga e quanto il peso del sistema continui a concentrarsi sugli stessi contribuenti.   Qui si apre una questione che riguarda la sostenibilità stessa del nostro modello sociale. Sanità, assistenza, istruzione e protezione sociale rappresentano conquiste che vanno difese. Ma per difenderle occorre innanzitutto renderle finanziariamente sostenibili.    Non possiamo continuare ad ampliare le prestazioni e la redistribuzione senza allargare, nello stesso tempo, la base produttiva, occupazionale e contributiva che deve finanziarle.   La difesa del sistema sociale — un valore cardine per la dirigenza italiana — richiede quindi di intervenire sulle distorsioni che ne compromettono la sostenibilità.   Chiediamo una lotta seria e senza sconti all’evasione fiscale, capace di distinguere chi ha realmente bisogno di sostegno da chi sottrae redditi al fisco e beneficia indebitamente delle prestazioni pubbliche; …   Ma contrastare l’evasione non basta. Occorre aumentare il numero di persone che lavorano e producono reddito, far crescere salari e produttività, favorire l’emersione, premiare il lavoro qualificato e rendere conveniente assumersi maggiori responsabilità. Perché un sistema fiscale sostenibile non si costruisce soltanto redistribuendo meglio la ricchezza esistente: si costruisce creando le condizioni per produrne di nuova.   … I dati di questo Rapporto … chiedono di ricostruire un equilibrio tra solidarietà e responsabilità, diritti e doveri, ciò che ciascuno riceve e ciò che ciascuno è chiamato a dare. Perché il punto non è difendere chi paga di più contro chi paga di meno. È fare in modo che siano sempre più numerosi coloro che possono lavorare, crescere, produrre reddito e contribuire.   Solo così potremo continuare a finanziare quel welfare universalistico che vogliamo difendere. E, soprattutto, consegnarlo ancora solido alle generazioni che verranno,    

Sin qui le ‘linee -chiamiamole pure- programmatiche’ o auspici-suggerimenti della Cida.

E a seguire alcuni fra la molteplicità dei dati riportati nell’Indagine, ripresi e rimarcati dal Prof. Brambilla nel corso della sua esposizione.

Considerazioni e dati tratti dall’Indagine del Centro Studi Itinerari Previdenziali del Prof. Brambilla

  Il 18,78% dei contribuenti italiani che dichiara dai 35mila euro lordi in su – circa 2mila euro netti al mese – versa da solo il 65% di tutta l’IRPEF, mentre quasi metà degli italiani non dichiara redditi propri.   L’Osservatorio di Itinerari Previdenziali ha misurato l’asimmetria del nostro sistema fiscale: i redditi 2024 dichiarati ai fini IRPEF sono stati 1.076 miliardi, per un gettito di 216,24 miliardi. I dichiaranti sono 42,8 milioni e i versanti – chi paga almeno un euro – 34,1 milioni: su 58,9 milioni di abitanti, oltre 24 milioni non versa imposte.   Dipendenti e pensionati: la vulgata smentita –  Le imposte le pagano sì i dipendenti, ma soprattutto quadri, funzionari e dirigenti: il 16,46% che supera i 35mila euro versa il 63,14% dell’IRPEF della categoria. Identico il quadro dei pensionati: il 16,4% con redditi oltre i 35mila paga il 49,7%. Questa categoria è proprio quella più penalizzata dalle mancate indicizzazioni e dai contributi di solidarietà (nostra Comunicazione 9/2025 cui si rinvia  per memoria).   La grande redistribuzione e la progressività “occulta” – Per sanità, assistenza sociale e welfare lo Stato ha speso nel 2024 oltre 330 miliardi, gran parte a beneficio di chi non paga imposte o dichiara fino a 29mila euro. La sola spesa per assistenza sociale è passata dai 73 miliardi del 2008 ai 180,5 del 2024.  Siamo di fronte a una tripla progressività: si paga di più perché si guadagna di più, perché cresce l’aliquota (fiscal drag) e perché all’aumentare del reddito deduzioni, bonus e sgravi svaniscono; le tre aliquote teoriche diventano così almeno dieci. È la possibilità di accedere ai benefici (la “benefit trap”) che incentiva a sotto-dichiarare: nel 2025 hanno chiesto l’ISEE oltre 10 milioni di nuclei, oltre 29 milioni di italiani.   Le proposte – CIDA e Itinerari Previdenziali chiedono una profonda revisione dell’ISEE, una banca dati unica dell’assistenza e il contrasto di interessi sulle spese familiari (possibilità per i contribuenti di detrarre le spese sostenute).   Conclusioni – Per il Presidente CIDA Stefano Cuzzilla «la redistribuzione senza reciprocità rischia di diventare la grande asimmetria italiana». Non servono nuove tasse sugli stessi contribuenti, ma più contribuenti chiamati a fare la propria parte: chi ha versato imposte e contributi per una vita non può essere la variabile di aggiustamento dei conti pubblici.  

In mancanza di diretti poteri d’intervento, che loro peraltro non competono, la Cida (che è la voce che ci rappresenta a livello nazionale) e il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali hanno cercato, anche nel presente difficile frangente del Paese, di denunciare i fattori che, a loro avviso, non ne favoriscono ripresa e armonico sviluppo. Dubitiamo degli esiti. Ma ciò non toglie che, quantomeno come testimonianza, ogni denuncia, se documentata, dovrebbe essere di stimolo alla riflessione (e future decisioni) da parte di coloro cui i riferiti diretti poteri d’intervento competono istituzionalmente.

Ed è proprio in quest’ambito che in sede di Convegno ha fatto capolino una nota positiva, per quanto configurabile al momento come buon intendimento e non ancora come concreta decisione: in un videomessaggio inviato ai partecipanti il Viceministro Maurizio Leo ha annunciato l’obiettivo del Governo di portare al 33% l’aliquota, oggi al 43%, da applicare dal 2027 alla fascia di reddito Irpef compresa tra i 50 e i 60 mila euro annui. Ipotizzando un passo fiscale che seppur corto, ove intrapreso, moverebbe comunque nella giusta direzione.

Roma, 8 ottobre 2026

Il Coordinamento dei Pensionati

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